Tecnologia senza barriere: una professione che nasce da un ostacolo

Il buio: uno dei peggiori incubi di ognuno, fin da piccolo. Cosa pensa la maggioranza delle persone, all’idea di “cecità”? Sicuramente a una condizione limitante e a una vita distrutta, senza soluzione. Eppure, per me che la vivo dalla nascita, non è stato così, perché ho superato moltissime di queste barriere grazie al progresso tecnologico.

Sono cresciuta con la tecnologia e ho iniziato a usare il computer nei primi giorni di scuola grazie a dispositivi Braille e di sintesi vocale. Era semplice sui sistemi operativi in DOS: si trattava di apprendere dei comandi e le relative risposte sarebbero arrivate sotto forma di testo. Poi però, con l’avvento delle interfacce grafiche dovetti rimettermi in gioco e imparare tutto da zero. La relazione tra me e il pc cambiò totalmente: non più “io scrivo, lui risponde”, bensì “il computer mi presenta gli elementi, io scelgo quello che mi serve”. I programmi erano molto intuitivi per un vedente in grado di selezionare le icone, un po’ meno per chi non vede e deve imparare nuove modalità di azione.
Non mi scoraggiai perché quella era l’unica strada per arrivare al vero obiettivo: accedere a Internet.

E la Rete non mi deluse. Spazzò via in un attimo tutte le barriere che avevo incontrato nello studio e nella mia vita di relazione con gli altri. Per scrivere le lettere, ad esempio, mi liberò dalla necessità di dettarle ad amici o di registrare audiocassette con la mia voce. Finalmente, la diffusione della mail e delle chat mise tutti sullo stesso piano: non era neanche più necessario specificare che io non vedo.

Internet consente di superare la disabilità perché dà a tutti lo stesso accesso all’informazione e ai mezzi di comunicazione. Potevo fare ricerche, studiare come i miei coetanei e divenni redattrice del giornale scolastico. La tecnologia mi appassionava moltissimo e stavo costruendo il mio sogno: dentro di me maturava l’idea che l’informatica sarebbe diventata il mio lavoro, anche se non avevo ancora ben chiaro l’ambito in cui mi sarei indirizzata.

Poi, inaspettatamente, registrandomi all’ennesima community on line, incontrai il primo, insormontabile, ostacolo: “Verifica se sei umano; digita i caratteri che vedi nell’immagine”. Questo messaggio era incomprensibile quanto umiliante perché mi chiedeva se fossi una persona! Fu la prima volta che incontrai una barriera in un ambiente che non dovrebbe avere barriere, il World Wide Web, la rete che abbraccia tutto il mondo. Speravo che fosse un caso isolato, invece constatai che questi controlli aumentavano. Quando non puoi vedere e incontri un sistema antifrode basato su un’immagine (captcha), ti senti come se qualcuno ti dicesse: “non hai la vista? Non sei un umano”. Ti senti sgradito, cacciato fuori senza avere alcuna colpa.

Ed eccolo lì, il buio; quella sensazione di smarrimento, disorientamento, apparentemente senza rimedio.

Da quel momento, ho scelto di studiare e lavorare nel settore dell’accessibilità, per abbattere le barriere architettoniche del web e fare in modo che tutte le persone nella mia condizione non provassero più quella brutta sensazione di inadeguatezza.

Oggi lavoro come accessibility consultant in NTT DATA Italia, azienda che crede moltissimo nel valore del mio lavoro e della progettazione inclusiva, sia per il web sia per gli altri ambiti della tecnologia, come le applicazioni per smartphone e l’Internet delle cose.

Sto conducendo con alcuni colleghi dei progetti che forniscano soluzioni per affrontare al meglio temi complessi, come la sicurezza delle piattaforme bancarie in Internet, per le quali l’autenticità dell’accesso da parte di un essere umano è fondamentale. Laddove sono frequenti gli attacchi da parte di servizi automatizzati, le banche spesso adottano soluzioni di sicurezza basate sulla vista. Insieme alla squadra di NTT DATA vogliamo cercare di trovare la giusta via per non mettere in pericolo la sicurezza e allo stesso tempo non escludere coloro i quali non vedono.
La mia passione per la tecnologia e la mia innata curiosità mi portano a esplorare sempre nuove soluzioni, che consentano di facilitare la vita quotidiana di persone con e senza disabilità.

L’Internet delle cose sarà il futuro della tecnologia senza barriere: perché smartphone e smartwatch forniscono soluzioni di accessibilità completa alle persone con disabilità sensoriale e motoria. Infatti se un elettrodomestico o dispositivo medicale può essere gestito da uno smartphone, non c’è bisogno di creare apparecchi parlanti dedicati per renderlo accessibile a tutti.

Da quando frequentavo la scuola elementare a oggi è stata fatta molta strada, ma ancora tanta dovrà essere fatta: la mia idea per il futuro sarebbe di creare un telecomando universale che, collegato alla rete domestica, possa gestire in modo centralizzato tutti gli elettrodomestici: climatizzatore, lavatrice, lavastoviglie, forno, etc. Creare un unico menu intuitivo e navigabile anche con comandi vocali per abbattere le barriere percettive, ma anche le difficoltà delle persone che non hanno confidenza con la tecnologia. Questo semplificherebbe la vita a tutti: non sarebbe più necessario leggere complessi libri di istruzioni, né girare per casa per sorvegliare gli elettrodomestici in uso o cercare i vari telecomandi abbandonati in giro.

Credere nell’inclusione significa credere nel vero progresso tecnologico, quello della tecnologia che abbatte le barriere e semplifica la vita di tutti, quello che crea un mondo in cui la disabilità costituisce un punto di vista differente cui confrontarsi per migliorare servizi e prodotti.

Elena Brescacin Written by: