Ada Lovelace nel 1800 ha immaginato il computer di oggi

Un uomo e una donna si conoscono a una festa nel 1833. Ma non inizia una storia d’amore, incomincia invece così il cammino che ha portato ai computer di oggi.

Ada – Contessa di Lovelace, figlia del poeta Lord Byron e della baronessa e matematica Anne Isabella Milbanke – incontra Charles Babbage – ingegnere inventore della poi famosa “macchina analitica di Babbage”.

Nel 1843 Charles chiese ad Ada Lovelace di tradurre in inglese degli appunti presi a Torino da un italiano (un tal Capitano Luigi Menabrea, uno dei più grandi scienziati italiani del XIX secolo) durante l’unica presentazione che Babbage in persona fece della sua macchina analitica.

Il computer ha fatto i suoi primi inconsapevoli passi quando Ada, al termine della traduzione degli “appunti di Menabrea”, aggiunse una serie di commenti che intitolò umilmente “note della traduttrice” firmate AAL (Ada Augusta Lovelace, appunto). A quel tempo, è bene sottolineare, una donna non pubblicava contributi scientifici.

Ada Lovelace era davvero una personalità singolare per l’epoca: incarnava la follia poetica e visionaria del padre unita alla straordinaria intelligenza matematica della madre. Percepiva la matematica come un bellissimo linguaggio che potesse descrivere “con poesia” l’armonia dell’universo. Applicando l’immaginazione alla scienza, intuì meglio del suo inventore il potenziale della “macchina analitica”.

Nella Nota A, Ada immaginò che la macchina di Babbage potesse essere usata per fare svariati tipi di operazioni: “la macchina analitica intreccia rabeschi algebrici così come il telaio di Jacquard intesse foglie e fiori”.

Partendo da questa intuizione, Ada capì che la macchina non sarebbe stata destinata al solo calcolo numerico, ma avrebbe potuto “processare” ogni tipo d’informazione, rappresentata da simboli. Unendo i concetti dell’algebra logica di De Morgan, padre dell’algebra relazionale, Ada ipotizzò che la macchina potesse manipolare ogni realtà rappresentabile in termini simbolici, come ad esempio la musica, la parola, ecc.

Ada Lovelace non si fermò qui, ma andò oltre. Nella nota G espose quello che oggi noi chiameremmo un “programma o algoritmo computerizzato”: dettagliò passo per passo i processi operativi, concependo di fatto “una libreria di subroutine di uso comune” usando le schede perforate.

Non sapeva nemmeno di essere di fronte al “salto condizionato” e cioè al cambiamento del percorso di istruzioni al presentarsi di determinate condizioni: la macchina permetteva di andare avanti o indietro all’interno della sequenza delle schede di istruzioni, basandosi su risultati parziali. Ada aggiunse a ciò una tabella e uno schema con descrizione dell’algoritmo e precise istruzioni che oggi sarebbero familiari a un programmatore C++.

A questo punto, senza conoscer il termine “ Intelligenza Artificiale” a noi oggi familiare, si chiese se “la macchina potesse pensare”. E si rispose di no. Era convinta che macchine come quella non fossero in grado di concepire idee o intenzioni da sole: “è in grado di fare quello che noi sappiamo come farle fare. Cento anni dopo Alan Turing riprenderà questa frase definendola “l’obiezione di Lady Lovelace” quando cercherà di rispondere alle critiche che fino a quel momento erano state mosse alla possibilità di creare una macchina pensante.

Purtroppo la macchina di Babbage non fu mai costruita per mancanza di fondi. Le note di Ada Lovelace, invece, divennero più importanti degli stessi appunti e furono messe in pratica negli anni ’50 del Ventesimo Secolo da un’altra donna, Grace Hopper, ad Harvard. Ma questa è un’altra storia.

 

Illustrazione: Silvia Carducci

Sara Bianchi Written by: