Ricerca scientifica e pensiero femminile: intervista con Elisabetta Strickland

Buongiorno Elisabetta. Propongo di entrare subito nel vivo del soggetto che vorrei trattare con lei in questa intervista. Come matematica e co-fondatrice del Gender Interuniversity Observatory, le chiederei perciò qual è il valore aggiunto che il pensiero femminile può apportare al mondo della ricerca e della scienza?

Come donne diamo alla ricerca scientifica un contributo importante in virtù delle nostre caratteristiche peculiari di sensibilità, intuito, motivazioni e approccio al lavoro. Valorizzare il talento scientifico femminile è anche una questione di diritti umani e giustizia sociale, dato che tutti gli individui devono avere le stesse opportunità di accesso all’educazione scientifica e devono poter egualmente beneficiare dei progressi della scienza e della tecnologia.

Avendo svolto ricerca in molte università straniere, può raccontarci se ha riscontrato differenze rispetto all’Italia, sul tema scienza e donna?

Nella mia vita mi sono occupata di ricerca in matematica e ho constatato che la percentuale di donne attive varia di paese in paese: fino a pochi anni fa in Giappone era molto difficile che una donna diventasse l’equivalente di un professore ordinario in Italia. Ora la situazione è molto migliorata, ma le percentuali restano basse. Quando anni fa visitai l’Università di Harvard, nello staff delle scienze dure non era presente una sola donna, le poche in servizio appartenevano alle aree umanistiche.

Da tre anni faccio parte della Commissione Women in Mathematics della European Mathematical Society e cerchiamo di monitorare le presenze femminili tra gli oratori dei convegni internazionali e nei comitati editoriali delle riviste scientifiche. Putroppo in alcuni convegni in aree in cui a noi risulta che esistono donne altamente competenti, non ci sono donne nell’elenco degli oratori invitati. In Italia da questo punto di vista la situazione è migliore che in molti altri paesi, esistono donne scienziate altamente qualificate, sebbene scarseggino nelle posizioni apicali degli enti di ricerca e delle università.

Quale ruolo vede Elisabetta Strickland per le donne italiane nella ricerca e nel mondo scientifico?

Stiamo perdendo ogni anno un numero elevato di cervelli sia maschili che femminili. Se ne vanno perchè le posizioni accademiche scarseggiano e le università sono in grave sofferenza. La crisi, la tendenza a tagliare fondi per la ricerca, le conseguenti basse retribuzioni hanno portato questo fenomeno a livelli mai visti prima d’ora.

Mi viene spesso richiesto di scrivere lettere di presentazione per i nostri migliori laureati e dottorati per istituzioni straniere, il che non sarebbe un vero problema se solo poi fosse loro consentito di tornare e poter fare la loro ricerca in Italia. Li prepariamo talmente bene a livello studi, che trovano eccellenti sistemazioni, ma noi abbiamo investito risorse per dare loro il know how, tutta questa ricchezza si disperde altrove.

Recentemente a Washington sono stati annunciati i vincitori dei premi “PECASE”, che vuol dire “Presidential Early Career Awards for Scientists and Engineers”. Si tratta della più alta onoreficenza del governo federale per giovani scienziati e ingegneri all’inizio della loro carriera di ricercatori. A conferma della eccellenza dei ricercatori italiani all’estero, ci sono stati tre italiani tra i 102 vincitori, tra di essi una donna, Anna Grassellino, 35enne di Marsala, che ha studiato ingegneria elettronica a Pisa, prima di trasferirsi negli USA per un dottorato in fisica all’Università della Pennsylvania. Oggi dirige un team di 20 persone al Fermilab di Chicago e anche lei ha trovato fondi e riconoscimenti per il suo lavoro lontano dall’Italia.

Tornando quindi alla domanda, se le cose non cambiano, vedo affievolirsi in futuro il ruolo della donna nella ricerca e nel mondo accademico.

Nel 2011 è stato pubblicato dalla casa editrice Donzelli il suo libro Scienziate d’Italia, che racconta la storia di 19 grandi donne che dal 1861 ad oggi hanno dedicato la loro vita alla ricerca scientifica. Con quale idea ha scritto questo libro e quale tra le storie raccontate è quella che l’ha più colpita?

Quell’anno si celebravano i 150 anni dell’Unità d’Italia e per sottolineare l’evento l’Ateneo indisse una serie di conferenze. Il Preside della Facoltà di Scienze mi chiese di parlare delle donne che avevano dato maggiori contributi scientifici in quel periodo.

Ho cercato anche le eroine nascoste, oltre a quelle famose e la storia che personalmente mi ha più colpita è quella di Pierina Scaramella, botanica dell’Università di Urbino, nata nel 1906 e scomparsa nel 1992. La Scaramella, dopo essersi laureata in Scienze Naturali all’Università di Firenze nel 1927, cominciò la sua carriera all’Istituto di Agraria di Pescia, vicino Pistoia, e iniziò a studiare le muffe del genere Penicillum, di cui mise in evidenza le proprietà antibatteriche, le stesse che poi portarono alla scoperta della penicillina da parte del biologo inglese Alexander Fleming, che vinse il Nobel nel 1945, assieme a Florey e Chain.

Essendo ebrea, la Scaramella venne cacciata dall’Università di Bologna dove era riuscita nel 1930 ad entrare come assistente e iniziò a lavorare effettuando ricerche e analisi nei laboratori della Società italiana degli zuccheri, pubblicando i suoi risultati sotto il nome del marito e di alcuni allievi, con il titolo “Memorie interne dello zuccherificio”. L’eroica studiosa andò finalmente in cattedra nel 1975, all’età di 69 anni, come ordinaria di botanica farmaceutica presso la Facoltà di Farmacia dell’Università di Urbino!

Nel suo ultimo libro, Il sari d’oro. Memorie indiane di una matematica, edito da Gangemi, ritorna il tema del rapporto tra le donne e la ricerca scientifica con riferimento al mondo matematico indiano. Com’è nata l’idea? In India c’è ancora molto da fare per la parità di genere: qual è stata la sua esperienza? Quali differenze ha riscontrato?

L’idea mi è venuta al Congresso Internazionale dei Matematici che si è tenuto in India ad Hyderabad nel 2010. Una donna indiana, Parimala, che lavora negli Stati Uniti alla Emory University, in quell’occasione indossava un sari d’oro. Mi piacque molto questo connubio cromatico e scientifico e mi ricordai dell’esperienza che avevo fatto molti anni prima come visitatrice del Tata Institute of Fundamental Research di Mumbay, uno degli istituti di ricerca migliori del mondo. Il mio periodo lì, come unica donna presente all’interno della struttura, mi è rimasto dentro in modo indelebile anche per gli incontri straordinari che ebbi la fortuna di fare. Ho toccato con mano le difficoltà che spesso le donne hanno nel conciliare il proprio lavoro nella ricerca e il proprio mondo affettivo. È stata una grande lezione di vita e mi sembrava giusto rivisitarla in termini di questioni di genere. Oggi l’India è un paese molto più moderno, ma anche allora il rispetto nei confronti delle donne scienziate era alto, molto più che nel mio stesso paese.

Cosa pensa delle quote rosa applicate in politica, nelle università e nelle aziende?

Penso che funzionano bene solo per sbloccare le barriere create dagli stereotipi di genere, ma poi si deve tornare alla pura meritocrazia. Sono stata Vice Presidente per otto anni dell’Istituto Nazionale di Alta Matematica, dal 2007 al 2015, ed abbiamo applicato un sistema ispirato alle quote, ma francamente ora ritengo che queste possano essere controproducenti: gli uomini possono usare le quote per i loro fini clientelari, meglio non concedere armi di lotta improprie!

Elisabetta Strickland è professore ordinario di algebra all’Università “Tor Vergata”di Roma. È attualmente membro del Women in Mathematics Committee della European Mathematical Society, presidente del Comitato Unico di Garanzia di Ateneo e co-fondatrice del Gender Interuniversity Observatory.

Raffaella Formillo Written by: